✍ Fino all’oasi di Kanongongo

Le mancava tutto. Il sole possente, incontenibile, la sabbia rossiccia del deserto, le piogge calde e ristoratrici, gli sciami di cavallette, le sgroppate delle gazzelle e persino i crampi della fame e l’arsura della sete. E il calore della sua gente, la saggezza degli anziani, le profezie dello sciamano, gli occhioni spalancati dei bambini nudi con i loro ventri sporgenti.
Di Olakunle ricordava vividamente il tocco vellutato della sua mano quando, con gentilezza e rispetto, le carezzava il viso, i capelli. Il suo sguardo fiero e la sua timidezza. Le passeggiate infinite fino all’oasi di Kanongongo dove, stremati, si gettavano ai piedi del mastodontico palmizio e, guardando il cielo blu, scoprivano i loro sogni. Chissà dov’era in quel preciso momento. Un giorno era sparito in una camionetta dei mercenari e, da allora, se ne erano perse le tracce.
La notte è fredda e umida. Una nebbiolina fitta avviluppa, proteggendola, la piazzola di Qualiano. Marea è prostrata ed avvilita. Seduta su una sbrecciata pietra miliare lascia che gli occhi diano sfogo all’infinita tristezza che pervade ogni angolo del suo corpo profanato, oltraggiato da anni. Maledetto il giorno in cui aveva ceduto alle lusinghe di una vita diversa. Alle sirene dell’occidente. Al miraggio del benessere. Aveva abbandonato, senza riflettere, una vita semplice ma vera, gente povera ma leale, incapace di concepire il male, paesaggi puri, incontaminati per gettarsi nelle grinfie di criminali abietti, nell’aria fetida dei rifiuti putrescenti degli italiani. La sola risorsa che riescono a produrre. E ad essere costretta a soggiacere a qualsiasi turpitudine.
Don Raffaele Scognamiglio, o’barone, ha appena finito di ingozzarsi. Rutta voluttuosamente mentre palpeggia lubricamente la sua nuova fiamma. Una croata bionda come il grano e straripante di carne. Il telefono squilla e, con riluttanza, il boss alza la cornetta rispondendo con voce seccata, aspra. La voce dall’altro capo del filo, però lo fa scattare in piedi e, leziosamente, emette monosillabi imbarazzati. Il gran capo, il boss dei boss, gli chiede, gli ordina di cedere qualche puttana al capozona di San Sossio ed Ischitella. Gli stenti, l’AIDS e gli sfregi deturpanti di qualche guaglione m’briaco, hanno depauperato la zona. C’è bisogno di rimpiazzi e Gianni Moscariello, detto zibbacchio, è uno che merita, per la sua incrollabile fedeltà. O’barone batte i tacchi, saluta ossequiosamente e , bestemmiando, chiama il suo braccio destro. Non è affatto contento di regalare a quello stronzo di zibbacchio preziosa mercanzia, denaro contante. Ma non può dire di no. Ha già in mente, però, come reclamare questo credito in futuro. La sua obbedienza dovrà avere un premio, un riconoscimento. Trenta kilometri in più di asse mediano, quindici piazzole.
La mercedes nera procede senza fretta. I camorristi fumano in silenzio. Per loro è ordinaria amministrazione. Nella piazzola di Qualiano sono in sovrannumero, sette puttane bastano e avanzano. Le altre 3 andranno ad Ischitella, la notte stessa. La luna fa ogni tanto capolino fra gli squarci della nebbia. L’aria è più puzzolente del solito. Qualcuno deve aver appiccato il fuoco alla monnezza.
Sono le 5 e dieci del mattino quando la lugubre berlina entra, lemme, nella piazzola. I copertoni sfrigolano, schiacciando schifezze varie. I fari illuminano a giorno quello spiazzo, testimone muto di infinite brutture. I due scendono dall’auto e si avvicinano al gruppetto delle disgraziate in attesa. Le donne tremano, e non solo dal freddo. Sanno bene che l’arrivo di quella macchina è foriera di guai. Mariarca e Ionela, la romena, vengono spintonate verso l’auto. Donjeta, l’albanese, implora di essere risparmiata. Sa che può far breccia sul quel guaglione, che ha un debole per lei. E fa cenno alla pietra miliare dov’è seduta Marea.
La stazione centrale è il solito zoo dove è possibile osservare varie tipologie di derelitti. Le sale di attese, a quell’ora di notte, sono il rifugio di barboni di ogni nazionalità. Imbucati in scatole di cartone o intabarrati da doppi e tripli consunti cappotti e incastrati sotto i termosifoni, liberano nell’atmosfera i miasmi del loro tanfo e dei loro escrementi. Al mattino quando, alla spicciolata, lasciano il loro rifugio notturno, ci vorrebbe una disinfestazione radicale ma, come sempre, questa si riduce all’essenziale. Gli addetti aprono per qualche minuto porte e finestre e ramazzano velocemente, con la solita abulia. Alla biglietteria l’impiegato dorme ripiegato, e russante, all’indietro. Crogiolato dal calore di una grossa stufa a gas. I colpi sul vetro divisorio solo dopo alcuni minuti riescono a ridestarlo dal torpore in cui è sprofondato. È contrariato. Si stropiccia gli occhi ripetutamente e sbadiglia. Quando realizza che a svegliarlo è stata quella donna di colore, diventa collerico e sgarbato. L’apostrofa in modo oltraggioso, offensivo. La scaccia in malo modo e riprende la sua postura, pronto a rituffarsi nelle braccia di Morfeo. Un fruscìo, un rumore che ben conosce, però, lo ridesta immediatamente. Gli occhi si sgranano alla vista di un bel mazzetto di banconote. Non è più arrabbiato. Diventa accomodante e mellifluo. Intasca il mazzetto, ad occhio e croce saranno mille euro, e stacca il biglietto per l’Eurostar delle 7 per Milano.
Qualiano e dintorni vengono setacciati per ore. O’barone è furioso. Quella troia non può essere lontana. Deve essere trovata e riportata al suo cospetto. Fin quando non gliela porteranno non dovranno torcerle un capello. Scende in fretta nello scantinato e dà ordini di preparare tutti gli strumenti di tortura e la vasca con l’acido. Poi risale e si stravacca sulla poltrona, fumando nervosamente. Se quella baldracca non sarà trovata diventerà lo zimbello della cupola. Sarà degradato e gli faranno “i cuppitielli dietro”. Freme, bestemmia e lancia in aria quel chi passa tra le mani.
Alle tre e quaranta di quel nebbioso mattino d’inverno, Marea prende il coraggio a due mani e decide di tentare la fuga. Vuole vivere, non continuare a morire come sta facendo da anni. E se la prenderanno e la uccideranno, non faranno altro che uccidere una donna già cadavere. Non ha altra scelta. Se vuole rinascere deve scappare. La nebbia le è amica e le consente di dileguarsi nelle campagne senza che le sue compagne di sventura se ne accorgano. Poi corre, corre, all’impazzata, finchè il cuore non sta per scoppiare. Sotto un albero strappa via quei cenci schifosi del mestiere e li sostituisce con un jeans e una felpa che aveva nascosto da giorni, sotto una pietra, nella piazzola. Quella maledetta piazzola che rimarrà per sempre scolpita nella sua memoria, nelle sue carni.
Alle quattro e venti si prostituisce per l’ultima volta. Per essere accompagnata fino a Napoli, alla stazione dei treni. L’uomo che l’aiuta è un po’ perplesso e non immagina che il suo gesto è molto pericoloso. Ma la fortuna solleva un attimo la benda e lascia che l’auto raggiunga il suo obiettivo senza alcun intoppo, senza brutti incontri.
L’ Eurostar sfreccia sull’Appennino. Tra un’ora o due arriverà a destinazione. Rannicchiata nel suo posto, la donna dorme, sfinita.
Alle otto tutta la camorra è alla ricerca della fuggiasca. Sono stati allertati tutti gli avamposti, dalla Sicilia al Veneto e persino in Svizzera ed Austria. Ferrovie, aeroporti, porti e stazioni degli autobus sono presidiati. Così come tutti i caselli autostradali.
A Lodi la donna di colore lascia il suo posto e raggiunge la toilette. Con gesti rapidi e precisi recide i suoi magnifici capelli, fin quasi alla radice. Mette una fascia stretta intorno alle mammelle, un tempo dure e tese come roccia, ora avvizzite dagli abusi, e poi indossa una camicia. La giacca completa il tutto. A Rogoredo un distinto signore africano si posiziona vicino all’uscita del vagone. E lì rimane in piedi fino all’arrivo nella stazione del capoluogo lombardo. Cammina svelta, Marea, sul marciapiede del 5° binario. Il cuore le batte a mille all’ora. Sa che questo è il momento della verità. Facce stravolte dal male, dalla corruzione e occhi senza pietà scrutano accuratamente tutti i passeggeri.
L’acido nella vasca è fumante. Quasi fosse impaziente di distruggere, liquefare. Ed impaziente è anche Marea. Sorride, felice, quando la conducono, sorreggendola per le ascelle , massacrata dalle botte e dalle torture, verso la fine di quel brutto viaggio.
✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale
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- Pubblicato:
- 29 gennaio 2012 / 13:30
- Categoria:
- Racconti


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