☛ SHUTTER ISLAND, 2010 di Martin Scorsese


Ad Edward Daniels (Leonardo DiCaprio), agente federale, viene affidato l’incarico di indagare sulla misteriosa scomparsa di una donna, Rachel Solando, da un manicomio criminale, l’Ashecliff Hospital situato su un’isola, Shutter Island. Gli viene affiancato l’agente Chuck Aule (Mark Ruffalo), col quale non ha mai lavorato.

Il posto è tetro e opprimente e l’indagine non si presenta affatto facile in un istituto dove, si vocifera, non ci sono solo criminali malati di mente ma anche tutti coloro che per motivi politici sono stati occultati dalla pesante politica maccartista. A sostegno di queste voci, l’insolita presenza di poliziotti tra i sorveglianti.

Lo staff psichiatrico è diviso in due anime: quella tradizionalista, aggressiva e disumana del dott. Naehring (Max von Sydow), infarcita di pratiche medioevali, e quella progressista del dott. Cawley (Ben Kingsley), supportata dall’analisi, dall’ascolto, da blandi trattamenti farmacologici.

L’indagine, protratta e ingarbugliata, si dipana tra l’indifferenza se non la franca ostilità dei poliziotti e una strana attenzione da parte degli psichiatri. Nella lunga permanenza disagi e profondi turbamenti affliggeranno sempre più Teddy Daniels, anche dopo il ritrovamento della donna scomparsa. L’uomo, infatti, reduce dalla recente guerra mondiale, porta con se i fantasmi dei morti e delle atrocità di cui è stato testimone e protagonista e, quelli personali, forse anche più travolgenti: la moglie, infatti, vittima di disturbi mentali è morta in circostanze alquanto tragiche.

La psichiatria è una scienza molto difficile. E chi vi è preposto dovrebbe avere qualità, onestà e professionalità assolutamente ineccepibili. In poche parole maneggiare il cervello delle persone richiede conoscenza ed etica, cose non sempre compatibili con le necessità di sopravvivenza di chi lo fa. Nel contesto, poi, di una società che considera vecchi e pazzi esseri inutili. Incapaci di poter fornire non solo forza lavoro ma, soprattutto, forza politica. E, pertanto, da abbandonare al proprio destino, assegnando loro il minimo del minimo indispensabile, sia in termini di collocazione alberghiera, sia in termini di assistenza.

Sino a quando, nell’epoca basagliana, a ridosso degli anni ottanta, non furono introdotte metodiche e approcci umani e analitici, la cura dei malati mentali era sostanzialmente una somministrazione di torture prive di ogni fondamento scientifico. Dall’elettroshock agli shock insulinici e termici, alla contenzione e alle punizioni corporali, dall’incuria totale al rimbambimento con dosi massicce di tranquillanti, fino all’apoteosi finale, la lobotomia che, di fatto, annullava l’essere umano, riducendolo a un mero pupazzo. Oggi le cose sono sensibilmente migliorate, sebbene i misteri di tali patologie e le sempre più carenti risorse, rendono lontanissimi successi e nuove scoperte. Sempre che si voglia farlo. E comunque , una volta dichiarato pazzo, è praticamente impossibile riuscire a dimostrare il contrario. Qualsiasi difesa, protesta, potrà sempre essere letta come meccanismo di rimozione, come fenomenologia atta a resistere al trattamento, come espediente conscio o inconscio mirato a negare l’evidenza dei fatti. In sostanza, un corto circuito infernale che condanna senza appello. Un isola dalla quale è impossibile evadere.

Definire, poi, i limiti tra follia e normalità, è impresa assai ardua. E i molti ciarlatani che pullulano questa galassia sconfinata e abbandonata, non fanno che rimestare ulteriormente nel torbido, a solo loro uso e consumo, ingarbugliando matasse il cui capo, magari, non è tanto lontano dall’essere individuato.

Daniels è folle o i suoi meccanismi difensivi inconsci tentano di proteggerlo dalla sofferenza? E se le sue rimozioni lo proiettano in una nuova realtà, forse migliore di quella imposta da leggi e convenzioni, forse ciò nuoce all’ortodossia del sistema ?

Le due anime, Cowley e Naehring, divergenti nei metodi, non lo sono affatto nella conservazione del sistema, dell’apparato. Perciò alla fine la perturbazione, simbolicamente espressa da un uragano che flagella l’isola, non può che finire. Tutto dovrà rientrare nei ranghi. Anche Daniels dovrà accettare l’ineluttabilità.

Martin Scorsese ci fa omaggio di una pellicola di ottima fattura, curata nei minimi dettagli, ed impreziosita da ritocchi tecnologici d’effetto. L’attenzione dello spettatore è stimolata continuamente da un plot ben articolato e intrigante, misterioso, affascinante. Perfetto il casting, con un DiCaprio evidentemente sempre più attore di razza.


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