Caro amico ti scrivo

 

 

sarto1

 

I motivi che mi hanno spinto a condividere questo post sono molti :

 

 

  • . la mirabile sintesi sottolineata nella prima parte della missiva
  • . i principi e la bellezza della nuova realtà in cui sì è catapultato M. e che traspaiono sin dalle poche righe    sottolineate     nella seconda parte della missiva
  • . il coraggio del mio amico (di cui già avverto la mancanza non foss’altro per la consapevolezza di non poterlo mai più rivedere)
  • .  la possibilità, concreta, di poter realizzare un sogno, qualsiasi esso sia, purché ci si liberi da ostacoli e vincoli indipendenti dalla nostra volontà

 

Auguro all’amico M. ogni bene possibile, e slavine di fortuna !: lo merita. E che  non abbia mai il pur infinitesimale dubbio di aver sbagliato o che frammenti di radici possano impastoiarlo in una nostalgia senza senso. 

 

 

✍ Carte

images

Croupier e Banco sono inscindibili. 

Le agili e abili mani del croupier smazzano continuamente, con alacre arguzia affinché le carte si affastellino addomesticate alla sua volontà. Le regole del Banco sono tante e ambigue, infide e consentono al mazziere di poter giostrare a proprio piacimento, di barare per portare alla vittoria chi può e chi vuole. Le scartine vanno, in uno con le frustrazioni, agli sconosciuti e a chi non può.

Con la silenziosa complicità del Banco, nella sua lunga ed onorata carriera il prestigiatore ha rifatto le carte e i tempi di gioco tante di quelle volte, sino a che non è riuscito a piegare ancor di più le regole e a plagiare anche i giocatori più scafati. 

Comodamente seduto dietro la scrivania, il Banco fa finta di leggere le carte o, il più delle volte, si allontana abbandonandole al loro destino,  o nelle mani dei gambler che, instancabili, le mescolano senza posa. Ammassi informi di carte e mazzi hanno occupato ormai l’intera scrivania, e si ritrovano ovunque, sparpagliate e dimenticate. In trepidante quanto ingenua attesa che il Banco, supremo controllore, possa far rapidamente giustizia.

In piazza c’è grande festa, c’è sempre festa. Le carte false, di qualsiasi seme, liberano per ogni dove cavilli e comma, omissis e speciosità, regole finte e menzogne,  dimenandosi gioiose tra le banconote, le vere carte per cui si gioca, che piovono dai forzieri. Tutt’intorno la massa ride, ignara e ignava. Applaude persino.

Ai tavoli dei caffè, intabarrati nei loro lugubri quanto logori mantelli, dai quali si intravedono segni di opulenza e comando, bari e controllori dai volti sempre seriosi, brillano allegri alla vittoria imperitura. Al saccheggio.

In qualche angolo buio, in qualche portone, o sotto qualche ponte, qualcuno, nascosto, piange impotente.

✡ orapcfaèpc

 

✍ Ombre, solo ombre

Unknown

La nebbia era fitta e lattescente, imbrattata dagli argentei lucori di una luna bassa e storta. Sembrava soffrisse o non avesse voglia di lavorare, con quell’aspetto sgraziato e deforme che s’intravedeva ogni tanto tra le maglie opalescenti delle gocce costipate.

Gli occhi sono fissi, e asciutti. Osservano con fredda determinazione, senza più incespicare nelle emozioni, nella frustrazione e nell’ira, irrefrenabili e pertinaci lacrimogeni. Ormai sono state spazzate via dalla ineluttabilità e da un sentimento nuovo, impastato con ingredienti disparati ma, forse, non meno vero di quando era vecchio, fatto di poche cose, usuali. Non crollano nemmeno quando s’incrociano coi suoi, che gli rimandano, con un sfavillìo abbacinante, sensuale complicità. 

L’ombra rantolante che si agita sopra di lei, che s’intrufola dentro di lei, che tocca e assapora, opera senza remore. Non è affatto turbata o inibita da quello squarcio nel buio, da quelle pupille incollate alle sue spalle. Tranne, forse, la prima volta è entrata nel gioco disinvolta anche se incredula e guardinga, per un’offerta tanto generosa quanto impensabile se non impossibile. Specie per una come lei, abituata a tipologie rustiche di ogni genere, e per nulla schizzinosa. 

Lo schianto, il terrificante rumore di ferro lo risvegliò per un secondo, giusto per rendersi conto che era fottuto, colpito alla schiena dalla nebbia, dalla fretta e dalla stanchezza. Per mesi non vide nulla, non volle veder nulla e nessuno. Poi, pur vinto e storpio, obbedì in silenzio agli ordini. Riuscendo, così, a sostenersi su una sedia a rotelle e a pisciare nel buco del suo sedile. Constatando, con prove e controprove, che quel pezzo di carne pendulo fra le cosce non avrebbe fatto altro nella vita. Per la sua compagna di vita, e per la sua innata voracità, il problema si sarebbe presto tramutato in tragedia, tradimento e abbandono. Perciò, dopo notti insonni e interminabili faccia a faccia, addivennero ad un accordo. E iniziarono le prove, e la loro nuova intimità. Mediata e piantonata.  

Il collaudo terminò con la quinta ombra. La definitiva stabilità fu, invece, raggiunta alla quindicesima ombra. Da allora in poi sparirono.

✡ orapfcaèpc

✍ Sospinti dal vento

images6

Mai vico Figurari è stato così pulito, lindo. Il vento, impetuoso e gelido, da giorni scorrazza a suo piacimento nel vecchio e angusto budello un tempo opificio di oggetti sacri.

Precedute dalla pioggia, dall’acqua che ha iniziato l’opera, le folate incessanti e impetuose hanno portato a termine una bonifica eccezionale. Anche se temporanea. Cessato il vento, infatti, il lerciume si riapproprierà repentinamente, e con solerzia, del suo territorio. Nessun netturbino ha mai osato varcarne i confini, ossequioso della sua importanza vitale, della sua forza propulsiva e vivificante. Consapevolezza, geneticamente trasmessa di generazione in generazione, che ha sollecitato l’etnia autoctona a produrne in quantità sempre maggiori, per non restarne mai senza, per usufruire sempre, e a pieno, di quella linfa, salubre quanto e più di un prato fiorito, di un giardino ubertoso, dell’aria fine di montagna.

Le avverse condizioni climatiche sono state capaci di far calare anche il silenzio. Sempre transitoriamente, s’intende. Il vortice che avvolge il vicolo, infatti, è talmente forte che ne sconsiglia il transito, e gli ululati e le grida angosciate delle fessure e delle intercapedini violate, dei risucchi, intimoriscono anche i più audaci. Rintanati nei loro bassi, con i nasi schiacciati sui vetri e l’umore nero, gli indigeni soffrono indicibilmente. Concepiti per stare per strada e nel fracasso e nel caos, reggono malvolentieri questa, pur transitoria, inibizione alla loro innata inclinazione. Fremono e scalpitano nelle loro tane, pronti a sgusciar fuori e riportare il vicolo alla sua dimensione. Con il fracasso, il vociare, le urla dei televisori, le litanie degli ambulanti, il clangore dei clacson, i rombi dei motori, le scorribande degli scugnizzi, i litigi pubblici.

Nel suo bugigattolo, col capo chino e gli occhialini sulla punta del naso, il ciabattino pesta con accanimento un chiodino in una suola, mentre coi denti ne tiene altri pronti all’uso. L’ambiente esiguo e la chiusura delle due piccole imposte hanno reso il piccolo basso una sorta di camera a gas, zeppo com’è di esalazioni di collante. L’uomo, però, vi è abituato. Fa questo mestiere da quando aveva i calzoni corti. Ed è molto suscettibile, permaloso. Soprattutto con chi è sgarbato, pretenzioso. Con chi non è mai contento del lavoro fatto e, soprattutto, con chi lo considera un solachianiello. Cioè con chi  sminuisce, in modo superficiale o, peggio, denigratorio, la sua maestria. Gennaro Rippa è uno scarparo finito, un artigiano in grado sì di riparare le scarpe ma, soprattutto, di poterle fare, d inventare forme nuove o particolari, di creare. Insomma un’artista. E non certo un modesto sagomatore di suole qual’è il solachianiello, al massimo capace di riappiccicare un tacco .

Quattro bassi più avanti, in prossimità di via del Grande Archivio, la consorte del calzolaio si dimena instancabile sotto le lenzuola con il ragioniere del secondo piano del palazzo al civico 8. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Ed il ragioniere non è il solo ad essersi immerso sotto le coltri dell’accogliente letto a due piazze che troneggia al centro del soppalco, al riparo da occhi indiscreti. È una donnina piccola, piacente. Dallo sguardo malizioso ed indolente assai. Il basso d’o scarparo, infatti, è noto in tutto il vicolo per essere il più trascurato, il più sporco, al pari della sua dimora. Carmelina Capece se ne frega. Della casa, della pulizia, del marito che non ha mai amato e di quel che dice la gente. Sa solo che prima o poi, trovato l’uomo giusto, ricco e invaghito, scapperà da quella fogna. Vuole emergere, scrollarsi dalla povertà, dai bassi e dalla puzza di colla. Sono anni che soffre in silenzio e trotta nel suo letto alla ricerca del futuro. Trascurando casa , figli e marito. Certe volte in preda alla disperazione si chiude nel bagno e piange giornate intere. Consapevole, forse, che il suo sogno non si realizzerà mai. E che la sua fama, in espansione nel rione e in quelli limitrofi, non la porterà da nessuna parte. Nessuno mai la porterà da nessuna parte.

Gennaro ha finito. L’orologio segna le otto e il buio ha scacciato la luce e ammansito il vento. Indossa il vecchio e liso giaccone, chiude bottega e, lentamente, torna a casa. Sperando, almeno per quella sera, in un pasto caldo.

Non crede ai suoi occhi quando varca la soglia del suo basso. La moglie, sorridente, lo aspetta seduta a tavola. Il pavimento, le finestre, tutto è stato lavato e lucidato. C’è persino un buon odore, di pulizia. Una insalatiera fuma e lascia pensare che nasconda qualcosa di succulento. L’uomo rimane sulla soglia a lungo, incerto e perplesso. Carmela, elegante e truccata con sobrietà, è più deliziosa del solito. Sembra un’altra. Il suo sguardo è strano, intenso e malizioso. Dal vicolo risuonano i primi rumori tornati in libertà. Gennaro si siede e, senza dire una parola, comincia a mangiare. La pasta e fagioli è squisita. Non ne mangiava così da secoli.

E’ imbarazzato, non sa da dove cominciare. Vorrebbe parlare, dire qualcosa. Chiedere. Ma il silenzio di Carmelina lo inibisce. Il suo sguardo fermo, fisso lo intimorisce. Sbocconcella un pò di pane. Il vino è già versato nel bicchiere. Un rosso di Gragnano, leggero e frizzante. La donna, con un gesto, lo invita a bere. Nel mentre si alza in piedi e, in un secondo, si disfa del vestito rimanendo nuda. I suoi occhi scintillano di lussuria. I suoi capezzoli sono ritti come punte di lancia. Il cespuglio pubico è rigogliosissimo e nero come il carbone. Gennaro tracanna in fretta il vino e si alza in preda all’eccitazione. Sono molti mesi che non tocca la moglie, che non hanno rapporti.

Un gallo, chissà dove, canta a squarciagola. Il calzolaio si ridesta, solo, nel grande letto a due piazze abituato a ben altro. Il vento soffia di nuovo violento riempendo il basso di cigolii e spifferi.

Il martello pesta senza posa. I chiodi passano in fretta dalla bocca nelle suola. La scarpa, di buona fattura, sarà presto in condizioni di riprendere il suo cammino. Carmelina è sparita da un anno. Non s’è mai saputo nulla di lei, svanita nel nulla. I ragazzi, per fortuna, sono cresciuti anche senza di lei. Gennaro si ferma un momento e ripensa a quella notte. A quel meraviglioso regalo d’addio. I suoi occhi diventano lucidi e un groppo gli attanaglia la gola. Poi ritorna in se e si immerge nel lavoro. Sono quasi le otto, manca qualche minuto. Un forte vento s’è alzato dal pomeriggio. Ed è anche freddo nonostante sia primavera inoltrata. La porta si spalanca all’improvviso, sospinta dal vento. L’uomo continua il suo lavoro, vuole chiudere con quel tacco a spillo. La luce ondeggia alla mercé dalle folate. Un colpo di tosse lo riporta alla realtà. Il martello e i chiodi cadono sulle mattonelle sbrecciate e ingrommate di colla. Carmelina è lì davanti, più graziosa che mai. E piange, d’un pianto irrefrenabile. Gennaro rimane impalato qualche minuto. Poi prende il suo vecchio e liso giaccone, lo indossa e si avvia in strada. Il vento soffia e sbuffa. Dopo essersi alzato il bavero fa cenno alla moglie di chiudere bottega. Poi, mano nella mano, ritornano a casa sospinti dal vento.

✡ ogni riferimento a persone, fatti, cose o animali è puramente casuale

tra le querce e i cedri dispersi tra il nulla e l'addio

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 320 follower